Perché la “qualità” non salverà la carta stampata dall’estinzione.

L’annosa questione sui destini della carta stampata viene spesso liquidata con la necessità di una maggiore qualità dei contenuti che questa propone.
Manager e professoroni nei convegni e sui giornali si affrettano a chiarire che solo “la qualità” salverà la carta stampata dall’estinzione. Quando mi trovo di fronte a questi scontati contributi ho come l’impressione di assistere a uno dei format dei The Jackal, l’ormai famosissima serie Vrenzole.

Grandissimo Manager/giornalista/editore 1: uè signoraaaaaaaaaaaaaaa
Grandissimo Manager/giornalista/editore 2: buongiornoooooo signoraaaaaaaaaa
Grandissimo Manager/giornalista/editore 1: signo’ la carta stampata si salva con la qualità
Grandissimo Manager/giornalista/editore 2: eeeeeeh, avete ragione, ci vuole la qualità, la qualità!

Generalmente, mai a nessuno dei grandissimissimi manager/giornalisti/editori viene in mente che, produrre contenuti di qualità, è una condizione così necessaria che dovrebbe essere un “elemento dato”, non negoziabile e non una discriminante preferenziale del mezzo a stampa rispetto al concorrente digitale.

Tale visione è animata da un pregiudizio culturale, dal vago retrogusto aristocratico, che sembrerebbe escludere a priori la possibilità di una pari e avvincente “sfida di qualità” tra stampa e web, quasi precludendo a quest’ultimo la possibilità di raggiungere elevati livelli di qualità.
In pratica, si vorrebbe una stampa colta e performativa da contrapporre al caos e alla disinformazione del web. Ma il web non è questo, non è soltanto questo. Sempre più esperienze editoriali nate e cresciute esclusivamente online si presentano come prodotti di elevata qualità e professionalità. Possiamo allora immaginare, a parità di qualità, un futuro per la carta stampata?

Certamente si.
Innanzitutto facendo nostro il motto del giornalista ed editore inglese Lord Northcliffe che, un secolo fa, affermò:

La notizia è quella cosa che qualcuno da qualche parte non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità.

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Le tecnologie della parola: trasformazioni sociali della scrittura elettronica

Il paper che qui vi propongo (link a fine articolo) si incentra sulla tematica del logos cibernetico, una metafora su cui sto lavorando da diversi anni anche grazie alla spinta di Derrick De Kerckhove, infaticabile sociologo delle culture digitali di cui sono un indegno allievo.

Alla base di tale metafora c’è l’idea del logos come sede di ogni innovazione ontologica, di ogni mutamento.

Come sostenuto nell’ipotesi di Sapir-Whorf, altresì conosciuta come ipotesi della relatività linguistica, è infatti la struttura del linguaggio che determina la struttura del pensiero che in esso si esprime.

La linea guida del percorso è evidentemente la famosa sentenza <<the medium is the message>>.

Con questo slogan, McLuhan ha definitivamente contribuito a diffondere l’idea che le tecnologie della comunicazione, il medium, nel loro variare, esercitano un notevole controllo sul soggetto-oggetto del flusso comunicativo. Le particolari caratteristiche del linguaggio, nei processi dell’oralità e della scrittura e, infine, della cibernetica, incidono cioè sul brainframe individuale e collettivo.

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