Perché la “qualità” non salverà la carta stampata dall’estinzione.

L’annosa questione sui destini della carta stampata viene spesso liquidata con la necessità di una maggiore qualità dei contenuti che questa propone.
Manager e professoroni nei convegni e sui giornali si affrettano a chiarire che solo “la qualità” salverà la carta stampata dall’estinzione. Quando mi trovo di fronte a questi scontati contributi ho come l’impressione di assistere a uno dei format dei The Jackal, l’ormai famosissima serie Vrenzole.

Grandissimo Manager/giornalista/editore 1: uè signoraaaaaaaaaaaaaaa
Grandissimo Manager/giornalista/editore 2: buongiornoooooo signoraaaaaaaaaa
Grandissimo Manager/giornalista/editore 1: signo’ la carta stampata si salva con la qualità
Grandissimo Manager/giornalista/editore 2: eeeeeeh, avete ragione, ci vuole la qualità, la qualità!

Generalmente, mai a nessuno dei grandissimissimi manager/giornalisti/editori viene in mente che, produrre contenuti di qualità, è una condizione così necessaria che dovrebbe essere un “elemento dato”, non negoziabile e non una discriminante preferenziale del mezzo a stampa rispetto al concorrente digitale.

Tale visione è animata da un pregiudizio culturale, dal vago retrogusto aristocratico, che sembrerebbe escludere a priori la possibilità di una pari e avvincente “sfida di qualità” tra stampa e web, quasi precludendo a quest’ultimo la possibilità di raggiungere elevati livelli di qualità.
In pratica, si vorrebbe una stampa colta e performativa da contrapporre al caos e alla disinformazione del web. Ma il web non è questo, non è soltanto questo. Sempre più esperienze editoriali nate e cresciute esclusivamente online si presentano come prodotti di elevata qualità e professionalità. Possiamo allora immaginare, a parità di qualità, un futuro per la carta stampata?

Certamente si.
Innanzitutto facendo nostro il motto del giornalista ed editore inglese Lord Northcliffe che, un secolo fa, affermò:

La notizia è quella cosa che qualcuno da qualche parte non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità.

Qualità in quest’ottica significa liberare la notizia dalla dittatura delle metriche da click, dalla condivisione spicciola e distratta.

Ma significa anche non copiare.

La risposta di molti editori al Web è stata la mercificazione delle notizie e la produzione del cosiddetto “churnalism”, cioè il riciclo di materiale proveniente proprio dal web, da comunicati stampa e via dicendo. Risposta evidentemente sbagliata.
Ciò non significa che la stampa deve protendersi unicamente verso notizie “serie”, anzi deve sapere sempre emozionare. Emozionare non significa però “spettacolarizzare” le notizie perché, anche volendo, su questo terreno la carta non può competere con la complessa sinestesia dei mass-media audiovisivi, come il web e la televisione.
Bisogna allora sfruttare le caratteristiche del medium.

Spesso si dimentica infatti che la carta stampata ha un “potere”, parafrasando McLuhan, un messaggio, che il Web non può avere. Il messaggio della stampa è la serendipità. farmers_daughterLa serendipità è quel processo per cui scopriamo casualmente e in modo imprevisto un fenomeno d’importanza fondamentale, senza cercarlo. La struttura rizomatica della Rete, il rimando all’imprevisto e alla fruizione ipertestuale dei testi, molto spesso ci hanno portato a considerare la rete come la massima espressione di tale processo.

Se questo è vero in potenza, nel consumo quotidiano non funziona.

La pervasività degli algoritmi che scandiscono e determinano il nostro consumo mediale, la condivisione di contenuti che avviene in quelle “isole felici” che sono le nostre reti sociali online, il più delle volte ci avvicina a contenuti che corrispondono ai nostri gusti, alle nostre competenze, alle nostre opinioni. I contenuti significativi sul web vanno cercati, distinti, cliccati, “scrollati”. Il processo magico della serendipità avviene, invece, quando l’unica cosa che ci è richiesta è voltare la pagina e pensare.

Questo vuol dire proporre ai lettori non ciò che vogliono leggere, ma ciò che ancora non sanno di voler leggere.

La struttura chiusa, unidirezionale della stampa (per quanto aggiornata allo zeitgeist contemporaneo, aperto e “democratico”), permette di puntare con successo sulla sua iniziale vocazione pedagogica, quella che “insegna a imparare”.

ué signoraaaaa la qualità, la qualità, ma pure la serendipità, la serendipità!

Fenomenologia dei Big Data: cosa sono e perché stanno cambiando il mondo.

In viaggio tra economia, scienza e filosofia per scoprire i Big Data.

Informazioni, non m’importa come,
non m’importa dove le ottieni…
ottienile… tu mi devi stupire!
Gordon Gekko

gekoGekko, il super manager interpretato da Michael Douglas nel film di Oliver Stone, Wall Street (1987), sarebbe sicuramente stupito dalla quantità e della qualità dell’informazione disponibile oggigiorno.

Come lo sono i Facebook, i Google e i vari servizi istituzionali e non, che in tale stupore si perdono mentre si trovano a constatare la verità del celebre motto di Francesco Bacone: «la conoscenza è potere».
D’altronde quest’ultimo è un concetto particolarmente radicato nel comportamento umano: fin dagli albori dell’umanità ci sono sempre state caste, categorie e professioni che facevano in modo di essere le uniche ad avere accesso all’informazione.

Quando nel XVI secolo il movimento della Riforma mise in crisi la chiesa cattolica, poté farlo perché la stampa aveva iniziato a diffondersi ed a permettere un accesso sempre più generalizzato alle informazioni. Come abbiamo imparato dal magistrale lavoro di Harold Innis su Impero e Comunicazioni, ogni cambiamento del supporto materiale dell’informazione indica un mutamento di stato dell’informazione di cui è portatore, determinandone le modalità di accesso e condivisione.
Nel 2000, secondo i calcoli di Martin Hilbert, che insegna alla Annenberg School for Communication and Journalism dell’università della California del Sud, il 25% delle informazioni registrate nel mondo era in formato digitale, mentre il 75% era analogico, su carta, pellicola, plastica magnetizzata, e così via. Nel 2013, il 98% delle informazioni registrate nel mondo era in formato digitale, mentre i vari supporti analogici, dalla carta alla plastica, si dividevano solo il restante 2%.

Seppure difficilmente dimostrabili in modo assoluto, i calcoli di Hilbert sono probabilmente veritieri. È infatti evidente che i dati digitali abbiano nettamente sorpassato i dati analogici, facendolo tra l’altro ad una velocità straordinaria.
Ogni attività svolta online, consapevolmente o meno, da due miliardi e mezzo di persone lascia dunque tracce digitali.

Lo stesso avviene a chi va in macchina con il navigatore satellitare, a chi paga con le carte di credito, a chi segue la tv digitale o a che gira con lo smartphone, magari passeggiando davanti ad una telecamera, e così discorrendo. Tutto ciò, unito all’enorme massa di dati che l’IoT è pronta a fornire, restituisce una mole di informazioni abnorme.
Il “volume” di tali informazioni da solo non illustra però il concetto di Big Data.

La nuova era dell’analitica, in effetti, verte sulla varietà e sulla velocità dei dati che consentono di prendere decisioni importanti.
Il cambiamento non riguarda quindi solo il modo di comunicare, elaborare e immagazzinare le informazioni. Il cambiamento riguarda il concetto stesso di informazione.  I big data hanno infatti la capacità di disvelare l’intima natura informazionale della realtà fisica.

A ben vedere, costituiscono l’anello di congiunzione tra pshysis e techné. John Archibald Wheeler, eminente fisico, ha coniato l’espressione it from bit, per indicare che la natura ultima della realtà fisica, “ciò che è”, è di natura informazionale, proveniente dai bit. Ora non voglio alimentare la metafora, che pure è particolarmente dibattuta tra i matematici e i filosofi, dell’universo come sorta di grande computer digitale, caratterizzato da impellenti stati computazionali.matrix
Quello che voglio mettere in risalto è invece la possibilità insita nel big data che, sulla scorta del lavoro di Weiner e dello stesso Wheeler, ci permette di interpretare la realtà come costituita da entità strutturali, indipendenti dalla mente, che sono insiemi coerenti di dati, compresi a loro volta a posteriori come punti relazionali, in un modo che la mente e le analisi statistiche tradizionali non riuscirebbero a cogliere vista la loro mancanza di uniformità. La potenza algoritmica permette tale comprensione facendo emergere in superficie il battito del mondo e dell’individuo in quanto info-mondo e info-corpo. Naturalmente in questo vi è qualcosa di magico: i big data estrapolano attivamente i dati (sensoriali) processandoli in modo costruttivo.

Nessun consesso di matematici, sociologi e statistici, anche avendo per paradosso a disposizione il tempo e il materiale necessario, avrebbe la possibilità di eguagliare i risultati che i big data consentono.
Per una ragione abbastanza semplice, che Gregory Bateson aveva ben compreso: la natura cibernetica dell’io e del mondo tende ad essere non percepita dalla coscienza, in quanto i contenuti dello “schermo” della coscienza sono determinati da considerazioni di finalità. In pratica, il nostro campionamento cosciente di dati non ci paleserà circuiti completi, ma solo archi di circuiti, rescissi dalla loro matrice grazie alla nostra attenzione selettiva.
I Big Data pemettono invece l’emersione a livello cosciente di un insieme di dati che, per la loro stessa natura, sono inconsci, velati rispetto alla loro interpretazione cosciente. In questo contesto, algoritmi matematici che inseriscono coefficienti sconosciuti davanti a funzioni non lineari sono estremamente efficaci.

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Prosumerismo: pratica di liberazione o fonte di valore pertinente per l’impresa?

brian-muerte-family-guy-CP-1La domanda sociologica che ispira questo post è figlia di una discussione iniziata con alcuni miei colleghi ai bei tempi universitari.  Durante una lezione di comunicazione d’impresa qualcuno presentò come evidente testimonianza della centralità del consumatore post-moderno un evento che interessò la Rete a livello planetario: la morte di Brian Griffin.
Come saprete, Brian è un personaggio di una serie cult trasmessa in tutto il Mondo che, il 24 novembre del 2013, riceve la morte televisiva per opera dei suoi autori. Le reazioni non si fecero attendere: milioni di messaggi provenienti da ogni angolo del Web rimbalzarono dai social ai principali organi di informazione. TV, radio, giornali, siti d’informazione, blog e social networks di mezzo pianeta commemoravano l’improvvisa scomparsa.
Alcune migliaia di messaggi, più o meno ostili, più o meno isterici, indirizzati ai produttori della serie televisiva costrinsero quest’ultima, secondo i miei interlocutori, a far “resuscitare” solo un mese più tardi il beneamato Brian. Tutto ciò dimostrerebbe l’enorme forza del prosumer. Ricordo che rimasi alquanto interdetto di fronte a quest’ultima conclusione. Mi sembrava lapalissiana, quasi banale, la strategia di marketing e promozione della Fox (casa di produzione della serie televisiva).
Dopo la lezione decisi quindi di consultare un tool online di Google che permette di visualizzare i trend di ricerca per determinate parole chiave (essendo Google la “porta” di accesso preferita al Web dalla stragrande maggioranza degli utenti, i suoi trend danno una rappresentativa testimonianza della viralità di un fenomeno).

Digitando Brian Griffin emergeva il grafico successivo (Immagine 1).

grafico

immagine 1

In corrispondenza della “morte” del personaggio il “trend di ricerca” s’impenna per diversi giorni per poi calare bruscamente. Anche dopo il “ritorno in vita” di Brian il trend risulta praticamente in picchiata.
Dal grafico è evidente che Brian Griffin nel Web prima della sua morte “non esisteva”, era confinato nella dimensione della fiction, nella sua cuccia (ebbene si, era un cane). Sfruttando la particolare viralità dell’evento, come la predisposizione verso la condivisione della commemorazione (basta consultare Facebook o Twitter quando muore una celebrità per farsi un’idea del fenomeno) e la passione ed emozione legata al personaggio in questione, gli autori hanno generato quel buzz spontaneo che ha riportato in auge la serie. (Brian Griffin è morto, Viva Brian Griffin!). Continua a leggere