Fenomenologia dei Big Data: cosa sono e perché stanno cambiando il mondo.

In viaggio tra economia, scienza e filosofia per scoprire i Big Data.

Informazioni, non m’importa come,
non m’importa dove le ottieni…
ottienile… tu mi devi stupire!
Gordon Gekko

gekoGekko, il super manager interpretato da Michael Douglas nel film di Oliver Stone, Wall Street (1987), sarebbe sicuramente stupito dalla quantità e della qualità dell’informazione disponibile oggigiorno.

Come lo sono i Facebook, i Google e i vari servizi istituzionali e non, che in tale stupore si perdono mentre si trovano a constatare la verità del celebre motto di Francesco Bacone: «la conoscenza è potere».
D’altronde quest’ultimo è un concetto particolarmente radicato nel comportamento umano: fin dagli albori dell’umanità ci sono sempre state caste, categorie e professioni che facevano in modo di essere le uniche ad avere accesso all’informazione.

Quando nel XVI secolo il movimento della Riforma mise in crisi la chiesa cattolica, poté farlo perché la stampa aveva iniziato a diffondersi ed a permettere un accesso sempre più generalizzato alle informazioni. Come abbiamo imparato dal magistrale lavoro di Harold Innis su Impero e Comunicazioni, ogni cambiamento del supporto materiale dell’informazione indica un mutamento di stato dell’informazione di cui è portatore, determinandone le modalità di accesso e condivisione.
Nel 2000, secondo i calcoli di Martin Hilbert, che insegna alla Annenberg School for Communication and Journalism dell’università della California del Sud, il 25% delle informazioni registrate nel mondo era in formato digitale, mentre il 75% era analogico, su carta, pellicola, plastica magnetizzata, e così via. Nel 2013, il 98% delle informazioni registrate nel mondo era in formato digitale, mentre i vari supporti analogici, dalla carta alla plastica, si dividevano solo il restante 2%.

Seppure difficilmente dimostrabili in modo assoluto, i calcoli di Hilbert sono probabilmente veritieri. È infatti evidente che i dati digitali abbiano nettamente sorpassato i dati analogici, facendolo tra l’altro ad una velocità straordinaria.
Ogni attività svolta online, consapevolmente o meno, da due miliardi e mezzo di persone lascia dunque tracce digitali.

Lo stesso avviene a chi va in macchina con il navigatore satellitare, a chi paga con le carte di credito, a chi segue la tv digitale o a che gira con lo smartphone, magari passeggiando davanti ad una telecamera, e così discorrendo. Tutto ciò, unito all’enorme massa di dati che l’IoT è pronta a fornire, restituisce una mole di informazioni abnorme.
Il “volume” di tali informazioni da solo non illustra però il concetto di Big Data.

La nuova era dell’analitica, in effetti, verte sulla varietà e sulla velocità dei dati che consentono di prendere decisioni importanti.
Il cambiamento non riguarda quindi solo il modo di comunicare, elaborare e immagazzinare le informazioni. Il cambiamento riguarda il concetto stesso di informazione.  I big data hanno infatti la capacità di disvelare l’intima natura informazionale della realtà fisica.

A ben vedere, costituiscono l’anello di congiunzione tra pshysis e techné. John Archibald Wheeler, eminente fisico, ha coniato l’espressione it from bit, per indicare che la natura ultima della realtà fisica, “ciò che è”, è di natura informazionale, proveniente dai bit. Ora non voglio alimentare la metafora, che pure è particolarmente dibattuta tra i matematici e i filosofi, dell’universo come sorta di grande computer digitale, caratterizzato da impellenti stati computazionali.matrix
Quello che voglio mettere in risalto è invece la possibilità insita nel big data che, sulla scorta del lavoro di Weiner e dello stesso Wheeler, ci permette di interpretare la realtà come costituita da entità strutturali, indipendenti dalla mente, che sono insiemi coerenti di dati, compresi a loro volta a posteriori come punti relazionali, in un modo che la mente e le analisi statistiche tradizionali non riuscirebbero a cogliere vista la loro mancanza di uniformità. La potenza algoritmica permette tale comprensione facendo emergere in superficie il battito del mondo e dell’individuo in quanto info-mondo e info-corpo. Naturalmente in questo vi è qualcosa di magico: i big data estrapolano attivamente i dati (sensoriali) processandoli in modo costruttivo.

Nessun consesso di matematici, sociologi e statistici, anche avendo per paradosso a disposizione il tempo e il materiale necessario, avrebbe la possibilità di eguagliare i risultati che i big data consentono.
Per una ragione abbastanza semplice, che Gregory Bateson aveva ben compreso: la natura cibernetica dell’io e del mondo tende ad essere non percepita dalla coscienza, in quanto i contenuti dello “schermo” della coscienza sono determinati da considerazioni di finalità. In pratica, il nostro campionamento cosciente di dati non ci paleserà circuiti completi, ma solo archi di circuiti, rescissi dalla loro matrice grazie alla nostra attenzione selettiva.
I Big Data pemettono invece l’emersione a livello cosciente di un insieme di dati che, per la loro stessa natura, sono inconsci, velati rispetto alla loro interpretazione cosciente. In questo contesto, algoritmi matematici che inseriscono coefficienti sconosciuti davanti a funzioni non lineari sono estremamente efficaci.

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